La gentilezza che vibra: oltre l’estetica compassionevole

Nel panorama contemporaneo della psicoterapia e delle relazioni di aiuto, la mindfulness, le pratiche meditative e la più recente self-compassion, hanno portato benefici innegabili, documentati da un’ampia letteratura scientifica. Vorrei, però, qui proporre una riflessione sul significato profondo di tali pratiche e su alcuni fraintendimenti riferiti a come queste sono elaborate e vissute in un contesto culturale tanto diverso da quello in cui sono nate.

Queste pratiche, mutuate da tradizioni orientali come il buddismo, affondano le proprie radici in una visione del mondo che considera il dolore come parte integrante dell’esistenza, da accogliere con gentilezza e resa. La sofferenza, in questa prospettiva, non è un nemico da combattere, ma un’esperienza da attraversare con consapevolezza e accettazione. Questo atteggiamento ha generato una filosofia di vita improntata spesso alla compassione, all’accoglienza e alla serenità, che si riflette non solo nelle pratiche contemplative, ma anche nell’atteggiamento quotidiano di molte culture asiatiche.


Eppure, lo sguardo e l’immaginario occidentale sulla sofferenza è radicalmente diverso.

La nostra cultura ha forgiato un atteggiamento nei confronti del dolore che non contempla la resa, ma piuttosto la resistenza, la trasformazione, la sfida. Emblematica è la voce poetica di Dylan Thomas, che nel suo celebre componimento “Do not go gentle into that good night” incita a lottare con ferocia contro il morire, a non cedere alla notte, a resistere fino all’ultimo respiro, manifestando un vissuto molto umano di attaccamento alla vita e di disperazione nei confronti della perdita.

Questa tensione verso la lotta, verso il superamento della sofferenza e la trasformazione del dolore in forza, ha segnato profondamente la nostra evoluzione storica e culturale. Da un lato, ci ha talvolta insegnato a non rassegnarci all’inevitabile, a non accettare passivamente l’ombra della morte o della sconfitta. Dall’altro, questo atteggiamento ha prodotto e produce, talvolta, una quota di sofferenza aggiuntiva – quella di chi si ribella al proprio limite e si accanisce contro l’inevitabile –, pur rappresentando una reazione fisiologica e complessa.


La mindfulness, nel suo viaggio dall’Oriente all’Occidente, rischia oggi di trasformarsi, per come viene comunicata  – e fraintesa – sui media e testimoniata da alcuni, da pratica viva e incarnata in una sorta di rigida estetica della compassione che, ingessata in una sorridente postura, perde in verità, efficacia e credibilità. La gentilezza proposta nelle pratiche contemplative, per essere credibile e autentica alle nostre latitudini, deve riappropriarsi, a parer mio, della nostra complessità occidentale, deve includere, considerare, tenere conto di questa complessità e contraddittorietà. Non basta imitare, peraltro superficialmente, la serenità orientale senza attraversare il tumulto interiore tipico della nostra storia e della nostra cultura.

La gentilezza che risuona e vibra empaticamente con l’altro è una gentilezza ferita, che non nega la lotta e il dolore, la rabbia e la tristezza ma li accoglie come parte integrante della propria e altrui verità –  cosa che, per altro, accade in chi ha colto e pratica la vera essenza della mindfulness.

Non è, quindi, una posa estetica che aspira alla calma imperturbabile ma un modo di essere che si concede il diritto di vibrare, di cedere e resistere allo stesso tempo. Accogliere questa vitale contraddizione significa ridare complessità al nostro sentire.

Se la gentilezza si irrigidisce in una maschera di compassione perfetta, rischia di tradire se stessa e di risultare irrealizzabile – portando molti a rinunciare all’esplorazione di tale possibilità o a imitare rigidamente tale posa.

Per questo motivo, credo sia fondamentale che chi pratica la mindfulness e la compassione si confronti con il proprio vissuto culturale, con il proprio Occidente internalizzato, senza tentare di rimuoverlo e limitandosi a riprodurre uno stato di calma disincarnato e sterile. Soprattutto nelle relazioni di aiuto, diventa fondamentale che il terapeuta incarni questa complessità contraddittoria e dolente e la testimoni col proprio corpo e con la propria presenza. Credo che la vera essenza di un atteggiamento mindful stia proprio in questa apertura vulnerabile e capace di complessità. 


Verso una pratica consapevole e incarnata

La sfida, dunque, è integrare la saggezza delle pratiche orientali con la complessità della nostra cultura occidentale, riconoscendo che una gentilezza autentica non può prescindere dal testimoniare, allo stesso tempo, quanto umana è la tentazione di lottare contro il dolore e quanto angosciante sia il pensiero che, un giorno, “saremo interrotti prima di finire” quanto stiamo facendo.  Questa gentilezza non può rifugiarsi in un’estetica della serenità, ma deve farsi etica nella carne e nel sangue, voce e vibrazione, fragilità e forza insieme. Prima ancora, cioè, di poter creare le condizioni per accogliere il dolore, bisogna pure ammettere che soffrire non è bello, che il pensiero della morte è insostenibile e che è assolutamente umana e fisiologica la rabbia che tutto questo fa sorgere.

La vera compassione, per essere credibile, deve integrare la resa vulnerabile alla nostra storia con il coraggio visionario della lotta, distinguendo quando è più opportuno scegliere l’una o l’altra strada. Solo così la mindfulness può diventare uno strumento di trasformazione autentica e non una semplicistica e meccanica imitazione di una serenità distante e culturalmente estranea – credo, infatti che, nella versione in cui, talvolta, è comunicata, condivisa e, forse, praticata, la mindfulness sia stata un po’ fraintesa e non sia stata pienamente compresa, proprio perché qualcuno ha preteso di trapiantare e innestare un pensiero, un atteggiamento e una filosofia di vita, quasi volendo sovrascrivere e rimuovere, non senza giudizio, aspetti della nostra visione occidentale.

Sento di avere, come psicoterapeuta compassion-focused e come praticante e istruttore mindfulness, la responsabilià di testimoniare con i pazienti che la gentilezza attraversata dal dolore diventa pienamente umana solo se ammette di poter stare in equilibrio instabile e irrisolto tra resa e lotta, tra accettazione e insurrezione, in tutta la nostra splendida complessità.

AlessandroCiardi
Psicologo, Psicoterapeuta Milano

StudioMynd - Psicologia, Mindfulness e terapie integrate
In Via Giovanni Battista Pergolesi, 27 - Milano / Zona Stazione Centrale, Corso Buenos Aires, Viale Brianza. Fermate Metropolitana più vicine: Caiazzo, Loreto.

CIG - Centro Italiano Gestalt – Centro clinico di Psicoterapia
In Via Tiraboschi, 8 - Milano / Zona Università Bocconi, Piazzale Lodi, Ospedale Maggiore Policlinico, Piazzale Libia. Fermate Metropolitana più vicine: Porta Romana, Lodi TIBB.

Alessandro Ciardi | P.IVA: IT07289310968 | Privacy policy